E la flat tax per le imprese che fine ha fatto? E’ stata da poco rilanciata quella per famiglie e lavoratori dipendenti, dopo l’approvazione della versione per le partite iva individuali nell’ultima legge di Bilancio. Tuttavia, tra gli impegni c’era anche quello per l’introduzione della “tassa piatta” per le aziende. E che non dovrebbe essere dimenticato per una (lunga) serie di ragioni. In primis per ridurre la pressione fiscale, visto che dopo alcuni anni di (lieve) calo, in cui siamo passati dal 43,6% del 2013 al 41,9% del 2018, adesso si torna a crescere: 42,4% quest’anno e poi 42,8% nel 2020.

Per ridurre le tasse non c’è dubbio che servano risorse e, come sta avvenendo in questi giorni su quella per le famiglie, anche sulla flat tax per le imprese potrebbe scatenarsi una guerra di numeri. Ma, al di là degli annunci, dipenderà dalle aliquote e dalla platea degli interessati (per esempio per la flat tax individuale siamo soltanto a 4,8 miliardi l’anno). Tuttavia, poiché il Paese cresce insieme alle imprese, è evidente che senza liberare un po’ di spazio alle aziende, sarà difficile uscire dalla recessione in cui ci siamo finiti.

Inoltre, se resta incerto quanto la flat tax possa costare, è indubbio che un’aliquota unica semplificherebbe la giungla tributaria in cui bisogna districarsi, anche solo per sopravvivere. Questo, indirettamente, favorirebbe la fedeltà fiscale. Meglio pagare 100 euro in una o due sole occasioni, oppure la stessa cifra in dieci volte diverse, in base a scadenze, calcoli, aliquote e criteri differenti, quando non contrastanti? Come diceva anche Tacito, troppe leggi sono sintomo di ingiustizia.

Bisogna poi ricordare che, come dimostra l’esperienza della flat tax introdotta negli Stati Uniti da Trump, nel lungo periodo i mancati introiti iniziali sono del tutto compensati, o addirittura più che compensati, da una minore evasione e da maggiori entrate per nuovi consumi e crescita della base imponibile. E non è vero che la flat tax non rispetta il principio costituzionale della “progressività fiscale”: infatti, inserendo una “no tax area” al di sopra della quale si paga solo per la parte eccedente ed eventualmente stabilendo una seconda aliquota per i redditi più alti, chi guadagna di più continuerebbe a pagare di più.

Il punto fondamentale è che le imprese italiane, oltre a subire una pressione fiscale davvero eccessiva, sono schiacciate da una costellazione infinita di tasse occulte. Prima di tutto la miriade di adempimenti fiscali, in un sistema stratificato, complesso, oscuro e a volte retroattivo, per cui ogni impresa deve mettere a bilancio non solo le imposte, ma anche i costi per la loro gestione. E lo stesso avviene per la burocrazia, gli adempimenti amministrativi (che pesano sui bilanci almeno per il 4%), permessi, licenze e così via.

Siamo già nella terza recessione degli ultimi dieci anni, con la differenza che, se la prima era mondiale e la seconda europea, questa è solo italiana. Ecco, di fronte a ciò non si può e non si deve  dimenticare completamente la parte produttiva del Paese, le aziende, unica vera benzina nel motore della nostra economia.