È inutile piangere sul latte versato, bisogna evitare di perseverare negli errori del passato. Se oggi ci ritroviamo in una profonda crisi energetica che rischia di portare centinaia di migliaia di imprese al collasso lo dobbiamo alla situazione emergenziale scaturita dall’aggressione della Russia all’Ucraina. Ma non solo. Per 30 anni, infatti, la classe politica non ha solo sottovalutato il problema, ma lo ha volutamente ignorato. Oggi la realtà ci presenta il conto: bollette alle stelle, pescherecci e camion fermi per il caro carburante, imprese che chiudono, lavoratori in cassa integrazione.

Una follia. Oggi proviamo a correre ai ripari in fretta e furia, riattivando le centrali a carbone, riaprendo alle perforazioni, perfino arrivando a un piano di razionamento del gas. Ma per decenni la nostra strategia energetica è stata fondata sull’immobilismo, sull’ostruzionismo a ogni infrastruttura, sul no ad ogni nuova possibilità. La politica si è riempita la bocca di economia circolare, di rinnovabili, di transizione, ma poi non ha fatto nulla perché queste parole d’ordine diventassero realtà. E, nel frattempo, si è illusa che qualche slogan fosse sufficiente ad alimentare riscaldamenti, motori e illuminazione. Il tutto mentre continuavamo a staccare ricchi assegni al Cremlino per accendere la luce.

Negli ultimi mesi l’Italia si è trovata in difficoltà, ricattata dalla Russia, perché nel 2021 abbiamo importato da Mosca il 40% dei 70 miliardi di metri cubi consumati. Davvero troppo. Oggi la situazione è leggermente cambiata, visto che 7-8 miliardi di metri cubi di gasi in più arriveranno dall’Algeria. Ma si tratta solo di uno tra i tanti, necessari, dietrofront. Per esempio, in primavera si è riaperto alle attività estrazione di gas dal sottosuolo, smentendo la decisione del governo gialloverde del 2019 in cui venne vietata la ricerca di nuovi giacimenti. Un paradosso, sia perché i Paesi confinanti continuavano l’attività a pochi chilometri dalle nostre coste, sia perché si potrebbe arrivare a estrarre circa 30 miliardi di metri cubi con un costo di 5 centesimi al metro cubo, una frazione piccolissima di quanto costa importarlo.

Ma è ancora più assurdo che oggi estraiamo 3 miliardi di metri cubi di gas all’anno, ma vent’anni fa erano 15. Mancano quindi 12 miliardi all’appello, che sarebbero più del doppio di quanto dovremmo risparmiare. In pratica, se fossimo rimasti su quei livelli oggi non dovremmo (ancora) razionare nulla e non saremmo nemmeno costretti a bruciare carbone. Purtroppo, a pagare queste scelte sbagliate sono gli italiani: cittadini e imprese.

Eppure qualcuno continua a non rendersi conto della situazione. Per esempio, il TAP oggi ci rende più “liberi” e abbassa di circa il 10% il costo della bolletta, tanto che si parla di un raddoppio. Ma erano in molti a non volerlo, con qualcuno che preferiva bloccarlo per salvare 50 ulivi del Salento (che sono stati comunque ripiantati, se sopravvissuti alla Xylella…). E anche oggi c’è chi non accetta la realtà. Come sui rigassificatori, che sono necessari a liberarci dalla dipendenza del gas russo. Ci sono politici di diversi partiti (5stelle e Partito Democratico su tutti) che si oppongono alla messa in funzione di quello di Piombino, che sarebbe pronto a partire oggi. Evidentemente preferiscono che le centrali a carbone restino accese per anni. O pensano che si debba entrare in una fase di austerity permanente. Ecco, sarebbe diabolico perseverare negli errori del passato. Dobbiamo ricostruire la politica energetica nazionale, sfruttando questa crisi come una opportunità. Le imprese italiane, dalle grandi alle piccole, soffrono di un gap competitivo con il resto del mondo proprio perché costrette a pagare di più l’energia. Un salasso dovuto agli errori del passato, remoto e prossimo: dal frettoloso ed emotivo no al nucleare all’ondivago e contradditorio atteggiamento sulle rinnovabili, dai ritardi sulle infrastrutture (in primis, il TAP) ai mancati investimenti che il “partito del No” ci ha impedito di fare. Senza, ovviamente, dimenticare il no alle trivelle. Bisogna dire basta alle parole al vento. Bisogna ridare energia al Paese.

Stefano Ruvolo, Presidente Confimprenditori Nazionale