Di fronte ai dati sempre crescenti della disoccupazione, un fenomeno che il Jobs act non ha nemmeno scalfito (secondo l’Istat sono 3milioni i disoccupati in Italia) la politica continua a rispondere con gli slogan e la demagogia, senza riuscire a mettere in campo né un pensiero lungo né rimedi efficaci di impatto immediato. Abituata ormai al costume dell’annuncio parla di reddito di cittadinanza, di lavoro di cittadinanza, di sostegno all’inclusione – senza naturalmente mai dirci come si dovrebbero sostenere simili provvedimenti – limitandosi a eliminare quello che bene o male c’è, come i voucher.

E’ vero il premier Gentiloni ha parlato della necessità di un taglio al cuneo fiscale e al costo del lavoro – una misura necessaria e già più seria – ma ancora non si capisce bene in cosa e in quanto consistano questi tagli né è dato sapere quando e come verrà incardinata concretamente questa proposta. Si vive alla giornata senza un progetto, senza una visione.

Qualche giorno fa ricorreva il quindicesimo anniversario della morte di Marco Biagi, assassinato a Bologna dalle Brigate rosse il 19 marzo del 2002. Il suo allievo, il giuslavorista Michele Tiraboschi, in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano ha ricordato come tutta la parte costruttiva della riforma Biagi, le politiche attive per il reinserimento professionale di chi perdeva il lavoro, sia stata disattesa. E notava anche come il Jobs act sia una riforma tecnicamente fallita. La premessa alla base della riforma del lavoro del governo Renzi era infatti quella di rendere meno complessa la procedura per risolvere i rapporti di lavoro in essere ma al contempo di creare strutture che prendano in carico chi resta senza lavoro. Tiraboschi rileva che dopo 3 anni, le politiche attive sono praticamente inesistenti.

Oggi dunque come 15 anni fa. Pochi giorni prima di essere assassinato Biagi definì “uno scandalo” il fatto che i servizi per l’impiego non funzionassero. Ecco, oggi l’unico strumento di politica attiva sarebbe l’assegno di ricollocazione gestito dall’Anpal, un istituto che stenta addirittura a partire e che già nella sua fase iniziale ha evidenziato criticità sostanziali, come per esempio la diversità della gestione delle politiche attive nelle varie regioni d’Italia. Insomma si dibatte, si annunciano riforme, si teorizzano massimi sistemi ma intanto le imprese vengono strangolate da tasse e burocrazia e le persone continuano a perdere il lavoro.

Che fare? Confimprenditori pensa a un contratto di reinserimento professionale a cui potrebbero accedere i lavoratori che percepiscono la Naspi i quali oltre a un reinserimento nel circuito produttivo avrebbero un’integrazione salariale rispetto all’ammortizzatore sociale di cui usufruiscono. Un rapporto che se dovesse avere come esito l’assunzione a tempo indeterminato potrebbe mettere l’azienda in condizione di beneficiare della dote dell’assegno di ricollocazione. Si tratterebbe di uno strumento di sussidiarietà tra pubblico e privato che renderebbe più agevole il reinserimento lavorativo superando una gestione esclusivamente pubblica lunga e farraginosa. E’ una proposta su cui discutere naturalmente, ma è fattibile e concreta. L’alternativa è continuare a dibattere di centri per l’impiego, corsi di formazione per il reinserimento nel ciclo produttivo e redditi di cittadinanza. Magari per altri 15 anni.