C’è voluta la tragedia della guerra per far capire a tutti quanto l’ideologia ambientalista abbia fatto davvero male all’Italia. Siamo infatti ufficialmente in “pre-allarme” energia perché il conflitto in Ucraina mette a rischio le forniture di gas dalla Russia, che coprono il 45% del nostro fabbisogno. Purtroppo, avendo negato per un malinteso ecologismo tutte le fonti alternative per decenni, a partire dal prossimo autunno rischiamo di rimanere al buio e al freddo, visto che siamo dipendenti dall’estero per il 95% del nostro consumo. Tra l’altro siamo anche i più ricattabili e purtroppo ci troviamo in questa situazione per puro autolesionismo, visto che, a fronte di un consumo di circa 70 miliardi di metri cubi di gas all’anno, se vent’anni fa producevamo 20 miliardi, oggi, siamo a solo 3. Abbiamo agito come se di energia non avessimo bisogno, come se si vivesse nel mondo delle favole. Solo che ora la realtà ci presenta il conto.

L’intelligence assicura che l’Italia può reggere uno stop al gas russo, ma certo non sarebbe facile. Intanto, molti imprenditori sono già in sofferenza per via dei rincari. Il governo è corso ai ripari, prevedendo la riapertura di sei centrali a carbone in caso di necessità, così da arrivare a coprire fino al 15% del nostro consumo (il livello della Germania, quindi non uno scandalo). Non l’opzione migliore per l’ambiente, ma nel breve periodo non abbiamo alternativa. Per produrre energia ci vuole tempo e programmazione, ma noi per decenni abbiamo ignorato la questione e ora stiamo provando a metterci una pezza, ma è ovvio che i risultati si vedranno solo in futuro. Per esempio, si è riaperto all’estrazione di gas dal sottosuolo italiano, cancellando la nefasta decisione del governo gialloverde del 2019 contro le trivelle (un paradosso, visto che altri Paesi confinanti continuavano l’attività a pochi chilometri dalle nostre coste).

Bene, ma una piattaforma non ci costruisce dall’oggi al domani.

Altro caso esemplare quello del TAP, per lungo tempo denigrato come uno scempio, adesso questo tubo sottoterra che nessuno vede e nessuno nota, ci rende più liberi dall’estero e abbassa di circa il 10% il costo della bolletta. Giustamente, si parla di raddoppiarne la portata. La domanda è: ci voleva una guerra per accorgersene? Discorso diverso nelle premesse, ma identico nei risultati è poi quello sulle rinnovabili. Tutti si dicono favorevoli a parole, ma per veti, burocrazia, norme ostative e ancora troppo diffuso ideologismo ambientalista, tutti i principali impianti sono bloccati. Terna, per esempio, ne ha contati 1.400, pari a 150 Gigawatt, che restano sulla carta. Senza impianti sarebbe difficile fare la transizione energetica, ma anche renderci autonomi dall’estero.

Per errori del passato remoto e prossimo siamo insomma i più esposti alla crisi energetica odierna, i più ricattabili, come anche i più colpiti dai rincari in bolletta, con danni pesanti sulle imprese e su tutta l’economia. Alcune imprese hanno dovuto riorganizzarsi. Altre sono sull’orlo della chiusura. In questa condizione, molti stanno rinsavendo da un malinteso ambientalismo del “no a tutto” che ha bloccato ogni impianto per decenni. Speriamo che questa tragica guerra sia l’occasione giusta per tornare con i piedi per terra e rivedere la nostra strategia energetica. Tanto più che ogni euro che paghiamo per il gas russo, va a finanziare quel regime e il suo esercito. Non perseveriamo negli errori del passato.

Stefano Ruvolo

Presidente Confimprenditori Nazionale, associazione che raggruppa più di 350 mila pmi e liberi professionisti.