Ve lo ricordate il decreto Salvabanche? Il provvedimento varato dal governo Gentiloni per mettere al riparo gli obbligazionisti dai fallimenti bancari generati da gestioni scriteriate degli istituti di credito? E come dimenticarlo, direte voi, considerando che ci è costato 20miliardi di euro. Giusto, tuttavia visti i tempi di distrazione pubblica e sovrano disprezzo del ceto politico nei confronti di contribuenti e cittadini vale la pena rinfrescarci la memoria. Si ricorderà dunque che nei giorni del Salvabanche – siamo nel luglio dello scorso anno – infuriava la polemica sull’equità di un provvedimento che utilizzava soldi pubblici per salvare enti privati seppure divenuti terra di pascolo e occupazione di potentati politici. Tuttavia il ricatto morale al quale siamo stati posti di fronte è che le banche non potevano fallire perché il loro crack si sarebbe  trascinato dietro la rovina di obbligazionisti e risparmiatori. Ricattati abbiamo dunque dovuto pagare, consapevoli del fatto che ognuno di noi avrebbe potuto essere una vittima di quel sistema corrotto e malato.

Bene, ci si era detti, ma adesso occorre vigilanza acutissima e mano pesante contro le opacità di gestione bancaria, sulle infiltrazioni politiche e i conflitti di interesse. E per questo era nata, a questo doveva servire, la commissione banche, presieduta dall’onorevole Pier Ferdinando Casini.

Invece la relazione di maggioranza uscita dalla Commissione banche è un topolino incolore che elude tutti i temi principali sollevati dallo scandalo bancario italiano: il conflitto di interessi su vigilanza e governance degli stessi istituti, i nomi di coloro che hanno ricevuto fondi dagli istituti bancari senza garanzie e che restano impunemente coperti. A perpetuazione d’un privilegio assurdo: prima creditizio e poi reputazionale.

Non si tratta, attenzione, di mettere su una gogna mediatico-giudiziaria qualcuno ma di rendere trasparente il criterio con cui nomi incapaci di fornire adeguate garanzie sono stati sostenuti dagli istituti bancari a differenza di quanto avviene con quei comuni cittadini e imprenditori ogni volta sottoposti a un vaglio severissimo prima di ricevere un fido o un credito. Le regole dovrebbero essere uguali per tutti e non può esserci qualcuno più uguale di qualcun altro.

Detto questo torniamo al costo del Salvabanche: 20 miliardi di euro, si ricordava, con cui si sarebbe potuto abolire per esempio l’Irap, una tassa non calcolata sugli utili aziendali ma sul valore della produzione che incide fortemente sul costo del lavoro e sulla produttività aziendale. Oppure, con quei venti miliardi, lo Stato avrebbe potuto saldare parte del suo debito con le aziende creditrici mai pagate dalla pubblica amministrazione per lavori e servizi erogati.

Niente di tutto questo. Oggi dopo il danno di un fiume di denaro pubblico andato a riparare gestioni scriteriate assistiamo alla beffa di un documento incolore e insapore uscito dalla commissione banche. Nessuno si stupisca poi del fatto che come un’onda crescono nel paese populismi e malcontento.