L’Italia resta indietro sul digitale, inchiodata sull’analogico in modo illogico, perché di questo ne risente l’efficienza, la competitività e l’economia. E infatti solo il 5% del pil italiano è oggi riconducibile al digitale, con record negativi del 2,5% nel Meridione, contro l’8% della Germania e una media europea del 6,6%. Lo ha sottolineato anche il Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, nell’ultima relazione annuale, evidenziando quanto l’Italia abbia risposto con notevole ritardo alla rivoluzione tecnologica partita qualche decennio fa. Un gap strategico che pone un altro pesante handicap al nostro sistema economico.

In confronto agli altri Paesi siamo messi davvero male. In base alle rilevazioni Eurostat, solo Bulgaria, Romania e Grecia hanno un tasso di innovazione peggiore del nostro. Gli ambiti ancora troppo analogici sono la (mancata) automazione della produzione, in particolare in rapporto a chi ha una specializzazione settoriale simile (Germania), ma anche un limitato sviluppo delle interconnessioni infrastrutturali, di comunicazione (internet funziona bene?), per non parlare dell’uso delle tecnologie da parte delle amministrazioni pubbliche, dove siamo 19esimi su 28. Insomma, un disastro.

Il problema è che mancano gli investimenti, ma manca soprattutto l’attenzione da parte della politica e del legislatore. Nel finanziamento del settore universitario, per esempio, siamo ad un terzo della media Ue. E allora non è un caso che le competenze degli italiani siano inadeguate per il mondo digitale, al punto che, secondo i dati Ocse, solo i turchi hanno un tasso di alfabetizzazione digitale inferiore al nostro, o che solo il Cile abbia un tasso di lavori meno “tecnologici” dell’Italia. Nel terzo millennio le imprese a più rapido tasso di crescita sono native digitali (Google, Apple, Amazon, Microsoft, Facebook) e le altre che hanno successo si sono riadattate al mondo digitale. Innovazione e capacità tecnologica sono la chiave dello progresso e del benessere futuro. E noi siamo indietro. Allora, non è casuale che dal 1992 l’output industriale di Germania, Spagna e Francia sia aumentato solo sulla spinta dei settori hi-tech, che i nostri occupati a elevata specializzazione siano il 18,2% del totale, a fronte del 36,1% della Germania , o che i nostri laureati e dottorati guadagnino circa il 25% in meno degli omologhi del resto del mondo.

Insomma, l’Italia soffre di un ritardo tecnologico e digitale che la relega all’ultimo vagone del treno dei Paesi sviluppati, in modo illogico tanto quanto siamo analogici. Per questo è necessaria un’attenzione prioritaria da parte del governo e delle istituzioni, così da creare un contesto in cui sia anche per le imprese conveniente investire. Se la politica avesse per questo tema la stessa attenzione che ha per l’uso dei social a proprio interesse diventeremmo immediatamente un’Italia 4.0.