In questi giorni di ambiente si parla ovunque. Da Palazzo Chigi, al Quirinale, da Roma a Bruxelles, fino al Palazzo di Vetro dell’Onu. Ma c’è una domanda a cui dobbiamo ancora rispondere: che vuol dire “green new deal”? Cosa si intende per “economia circolare”? Come si attua lo “sviluppo sostenibile”? Perché non c’è dubbio che la tutela del nostro pianeta sia una priorità assoluta, ma non è ancora chiaro come essa debba essere perseguita. E quale sia il rapporto con l’economia.

C’è chi è convinto che sia necessaria una decrescita (in)felice, dicendo “no a tutto” e “si all’impossibile”. Ma così facendo paralizza ogni cosa, tanto che oggi i nostri investimenti verdi sono meno dello 0,1% del pil (Istat). Autolesionismo puro, visto che oltretutto la questione ambientale non può che essere affrontata a livello globale. L’aria inquinata della Cina, infatti, non si ferma al confine e molti Stati “poveri” crescono ancora in modo squilibrato e non sostenibile. E, per quanto nel ricco Occidente qualcuno sia disposto a consumare di meno e spendere di più, è evidente che non possiamo chiedere a chi è al limite della sopravvivenza di svilupparsi di meno, non costruire nuove case, non usare la plastica o di non prendere l’auto diesel per andare a lavorare. Insomma, la strada non è quella dell’estremismo ambientalista antisviluppista, ma l’unione, la connessione tra ecologia e sviluppo. Lo dimostrano tutti i casi in cui le pratiche ambientali si sono trasformate in profitto: rinnovabili, manutenzione del territorio, efficienza energetica, auto elettrica, industria dei rifiuti (talvolta e spesso non in Italia), cibo biologico e molto altro. Non funzionano perché buoni e belli, ma perché generano profitto e posti di lavoro. Ecco, il metodo per coniugare ambiente e sviluppo è creare alternative vantaggiose per tutti.

Ma è una strada lunga in cui c’è molto da fare, soprattutto perché finora siamo andati nella direzione opposta. Già a maggio la Commissione europea ci rimproverava per gli scarsi investimenti “green” su infrastrutture energetiche e di trasporto sostenibile. In pratica, l’indicazione è quella di mettere soldi per passare dal trasporto su gomma a quello su ferro, per terminare gasdotti che trasportano un combustibile più pulito di petrolio e carbone. E poi investire in impianti che possano trasformare i rifiuti in energia, in materiali sostitutivi della plastica, in batterie di accumulo di energia e tanto altro. Senza dimenticare la spesa in ricerca e innovazione, prima di tutto nelle università, per ottenere processi produttivi e materiali più “sostenibili”.

Ora sembra che ci sia possibilità di accordo tra Roma e Bruxelles per una deroga dal calcolo del deficit in riferimento ad alcune tipologie di investimenti verdi. Ecco, se questa “golden green rule” fosse utilizzata per un solido piano contro il dissesto idrogeologico, in nuove infrastrutture e industria di nuova generazione, nuove ferrovie, nuovi impianti per la spazzatura, nuova ricerca di base e applicata, il futuro sarebbe più roseo, anzi più verde. Altrimenti, in tutti gli altri casi, sarebbero solo parole e tanto più inquinamento.