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  • di Stefano Ruvolo

    È da almeno tre settimane che il nostro paese è bloccato dallo psicodramma che si sta consumando nel Pd e che domenica ha  avuto l’ultima drammatica impennata durante l’assemblea nazionale di quel partito. Dirette televisive, intere pagine dei quotidiani dedicate all’evento, retroscena tesi a intercettare ogni sottile fibrillazione. Siamo edotti da giorni ai tormenti esistenziali di Cuperlo, dai tentativi di ricucitura di Emiliano, dai decisionismi del giovane Renzi il cui intento sembra quello di organizzare subito le primarie del Pd e celebrare un congresso ad aprile. Così preventivando una nuova strategia dell’attenzione sulla sua figura e il suo partito e intanto tenendo sotto pressione un governo, quello di Paolo Gentiloni, il cui destino è ogni giorno sempre di più appeso a un filo.

    Una condizione precarissima quella di questo esecutivo che pure ha compiti gravi da svolgere: dal consiglio europeo straordinario che si terrà a Roma il prossimo marzo, al G7 di Taormina a maggio, per non parlare di una legge di bilancio che si prevede pesante a fronte delle richieste europee di allineamento dei conti pubblici. Non solo, il governo Gentiloni – nato, ricordiamolo, dopo la disastrosa sconfitta del Si al referendum del 4 aprile, evento su cui il predecessore dell’attuale presidente del Consiglio aveva giocato il tutto per tutto dopo mesi di totalizzante campagna elettorale – si trova a dover gestire in eredità numeri difficili.

    Un rapporto debito-Pil salito al 132 per cento (livello inferiore solo a quello della Grecia), l’aumento della pressione fiscale al 42,8 per cento, una disoccupazione stabile all’11%, con impennate per quella giovanile al 42 per cento. Non basta: nell’ultima manovra del governo Renzi ci sono 120 provvedimenti di spesa per un totale di impegni da qui alle soglie del 2020 di oltre 40 miliardi di euro e dal 2009 a oggi la percentuale dei fallimenti aziendali è cresciuta del 43,5% e del 23,7% rispetto al 2010, mentre il settore del commercio ha chiuso l’anno 2016 con 4064 fallimenti.

    Non stiamo parlando dei tormenti di renziani o bersaniani, del futuro di qualche parlamentare, problemi relativi se ci si consente. Stiamo parlando del lavoro, di economia reale. Di milioni di persone, di donne e di uomini, che dalla politica pretendono responsabilità, visione, competenza e che invece registrano la drammatica assenza di una classe dirigente. Non è più tempo di giochi d’azzardo, è tempo di responsabilità, di stabilità, di ponderatezza. L’Italia non è la ruota della fortuna.