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  • di Stefano Ruvolo

    L’ipotesi di aumentare l’Iva per finanziare la riduzione del cuneo fiscale promessa dal premier Gentiloni a inizio marzo è il tema di cui si sta discutendo all’interno della maggioranza in questi giorni. L’ex premier Renzi si è detto fermamente contrario sia all’una che all’altra misura: contro il taglio del cuneo fiscale – perché secondo lui non è una misura che porterebbe benefici all’economia – e contro l’aumento dell’Iva visto il momento difficile per le famiglie. Una posizione singolare, oltre che comoda, quella di Renzi visto che proprio l’aumento dell’Iva era stato inserito dal suo governo tra le clausole di salvaguardia. E’ noto tuttavia che il combinato disposto tra la riduzione del carico fiscale attraverso il taglio delle imposte dirette – che andrebbe a beneficio di imprese e lavoratori dipendenti – e l’innalzamento di quelle dirette, che andrebbe a discapito dei consumatori – sarebbe in linea con le indicazioni dell’unione europea. Da tempo Bruxelles spinge con forza per imporre al nostro paese l’innalzamento dell’Iva ordinaria dal 22% al 24% e di quella agevolata dal 10% al 13% nella prospettiva di uno spostamento del carico fiscale dal lavoro ai consumi. Questo per onorare uno schema astratto che soddisfa i parametri europei danneggiando però la nostra economia. Si tratta infatti di una prospettiva miope che vanificherebbe anche l’eventuale taglio del cuneo fiscale visto che a pagare più salato l’aumento dell’Iva sarebbero le fasce più economicamente fragili della popolazione come i pensionati e i disoccupati. Considerando che siamo in presenza di una crescita economica ancora timidissima e che il Jobs act non ha inciso sui livelli ancora altissimi di disoccupazione, soprattutto giovanile, l’aumento dell’Iva condizionerebbe negativamente l’economia deprimendo i consumi interni – beni e servizi di prima necessità come pane, carne, latte, acqua, energia elettrica, raccolta rifiuti, medicinali, trasporti – così penalizzando le stesse imprese che pure trarrebbero un immediato giovamento dal taglio del cuneo fiscale. Come uscire dal circolo vizioso e da questa impasse? Con i criteri del buon senso che sono sempre la misura e il realismo. Del resto in un paese dove negli ultimi 5 anni la tassazione per i lavoratori dipendenti è aumentata dell’1,8% è necessario intervenire con una misura strutturale sulle politiche fiscali limitandosi alle detrazioni per i lavoratori dipendenti. Il centro studi di Confimprenditori ha sviluppato un’ipotesi analitica e particolareggiata di intervento sulle detrazioni relative agli scaglioni di reddito del dipendente tenendo in conto fattori come coniuge a carico, figli ed eventuali disagi sociali.  La detrazione per coniuge a carico per esempio potrebbe diventare nella misura fissa 1.800,00 euro sino al reddito imponibile di euro 55.000. Oltre i redditi di 55.000 la detrazione del coniuge a carico andrebbe decurtata del 20% per ogni scaglione di reddito. La detrazione per i figli dovrebbe essere in misura di euro 1.220,00 per ogni figlio aumentata di ulteriori 600,00 euro se il figlio è minore sotto i tre anni ed un ulteriore aumento di 1.400,00 se il figlio è portatore di Handicap. Un intervento realistico e fattibile che ridarebbe ossigeno a lavoratori e famiglie rilanciando spesa e consumi e generando un circuito virtuoso per le imprese.