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  • di Stefano Ruvolo

    Avete notato che in questa campagna elettorale, dove i partiti promettono agli italiani mari e monti, di imprese non parla nessuno? Da settimane Confimprenditori va dicendo che le aziende italiane – soprattutto le piccole e medie imprese – sono uscite completamente dai radar della politica, come se non esistessero, come se non costituissero più del 90% della forza produttiva del paese.

    Ecco, adesso se ne sono accorti anche al Corriere della sera e al tema della rimozione delle aziende dalla campagna elettorale dedica un bell’editoriale Dario Di Vico, un articolo rivelatore che abbiamo rilanciato sui nostri social e che merita di essere letto con attenzione. Perché svela e denuncia una serie di verità che si è avuto difficoltà finora a dire.

    Anzi tutto denuncia l’assenza quasi totale nelle liste elettorali di personalità competenti dell’industria e del lavoro. Chi ha compilato le liste del resto non aveva alcun interesse ad avere nella sua compagine intelligenze critiche e spiriti autonomi preferendo premiare la fedeltà al capo piuttosto che il merito e la competenza.

    In questa logica si è però trascurato un piccolo particolare: il peso elettorale che costituiscono imprenditori e dipendenti delle aziende italiane. Parliamo infatti di almeno 15-16 milioni di persone – senza considerare le famiglie di questi lavoratori – che avranno un peso ragguardevole al momento del voto.

    C’è poi un altro fattore che provoca l’assenza delle imprese dal dibattito politico: la crisi della rappresentanza tradizionale, la stessa che un tempo, come ricorda Di Vico, era “il sale della società civile” e che oggi invece si distingue per l’assenza di peso e di ruolo e per gli assordanti silenzi tenuti in merito a battaglie decisive per le aziende.

    A questi rilievi tuttavia se ne possono aggiungere degli altri. E sempre a proposito di rappresentanza datoriale c’è da ricordare che alla rappresentanza non ha certo giovato l’eccessiva compromissione delle sigle tradizionali con le politiche governative, l’aver sacrificato la propria autonomia e le esigenze della propria base per compromessi di vertice con il potere politico di turno e tutto questo per avere magari garantito un posto al Cnel.

    Se così stanno le cose, se la voce delle aziende viene troncata e sopita dagli stessi che dovrebbero rappresentarle, perché stupirsi se la politica abbandona a se stessi imprese e imprenditori? Perché sorprendersi se in questa campagna elettorale non si sente parlare di temi come i debiti della pubblica amministrazione con le imprese, della riduzione dell’Imu sui capannoni industriali, dell’abbattimento dell’Ires, del ticket sui licenziamenti e così via?

    C’è un vecchio detto che recita: se tu non ti occupi di politica la politica si occuperà di te. La politica oggi si occupa delle imprese come il pastore del gregge: tosandole il più possibile senza restituire indietro infrastrutture, servizi, agevolazioni, un sistema paese che le metta in condizione di lavorare.

    Naturalmente si raccoglie quello che si semina, per questo il segnale che verrà dalle imprese il 4 marzo non sarà affatto conciliante. Chissà se qualcuno sarà in grado di prenderne atto e correre ai ripari.