Un libro nato sui banchi del senato nel dicembre 2011, mentre in aula si discuteva il disegno di legge riguardante l’introduzione del pareggio di bilancio nella Carta Costituzionale.  E’ così che Nicola Rossi, economista, ex senatore Pd e presidente dell’Istituto Bruno Leoni, racconta la nascita di “Flat Tax, aliquota unica e minimo vitale per un fisco semplice ed equo” (Ed. Marsilio).

Alla base dello studio una valutazione di fondo: la consapevolezza che il sistema fiscale italiano costituisce un freno non più sostenibile per l’economia italiana, complessa, inefficiente e con una portata redistributiva limitata che non permette di aiutare chi è rimasto indietro come dimostrano i dati sulla povertà. “Il fisco italiano così com’è va demolito e ricostruito”, sostiene a più riprese Nicola Rossi. Ecco perché con l’Istituto Leoni, Rossi decide di approfondire l’ipotesi di creare una flat tax, cercando di capire quanto sia effettivamente praticabile questa strada: quello che ne esce fuori è in primo luogo una sola aliquota pari al 25% per tutte le principali imposte del nostro sistema tributario che quindi soppianti in un solo colpo Irpef, Ires e Iva; in quest’ottica il secondo step sarebbe quello dell’abolizione di imposte come Irap, Imu; fondamentale poi l’introduzione di un trasferimento monetario differenziato geograficamente per quelle famiglie con difficoltà economiche, indipendente dalla condizione professionale dei singoli ma non incondizionato e contestuale all’abolizione dell’insieme di prestazioni assistenziali o prevalentemente assistenziali; ridefinizione delle modalità di finanziamento di alcuni servizi pubblici, come la sanità, mantenendo comunque il principio della gratuità per i cittadini meno abbienti e imputandone un costo a quelli più abbienti creando però così anche la possibilità di rivolgersi al mercato.

L’Irpef, quindi, secondo quanto messo a punto da Rossi e dall’istituto Bruno Leoni verrebbe trasformata in un’imposta sul reddito su base familiare (comprendendo perciò sia i matrimoni che le unioni civili) con un’unica aliquota pari al 25% ed una deduzione base di ammontare pari a 7mila euro annui nel caso di nuclei familiari composti da un solo adulto. Accanto alla flat tax, imposta progressiva, perciò, anche la concessione di un minimo vitale, una sorta di reddito di cittadinanza con 6.500 euro annui.

Nel progetto di una flat tax resta una fascia che non paga le tasse: secondo l’Istituto Bruno Leoni fino ad 11mila euro l’aliquota è zero, poi cresce fino ad arrivare al 25%. Il costo della flat tax? 27 miliardi di euro: 14 saranno coperti riaprendo il capitolo spending review inaugurato da Cottarelli e Perotti, gli altri 13 invece arriveranno dal cambiamento degli attuali strumenti di contrasto alla povertà. Questa la soluzione in breve offerta dallo studio di Nicola Rossi, che in un sol colpo riuscirebbe a regolamentare un fisco irragionevole creando un unico e più funzionale strumento di contrasto alla povertà. Cosa distingue la proposta di Rossi dalla flat tax proposta dal centrodestra di Silvio Berlusconi? Che quella messa a punto da Rossi è una imposta che per i primi anni produrrà un calo fisiologico del gettito con un taglio di spesa mentre per Forza Italia non ci saranno problemi di copertura.

Un passaggio chiave per l’attuazione della flat tax è la preparazione della classe dirigente, un lavoro importante per “un’Italia – si legge – che ha deciso da un quarto di secolo di tranciare di netto tutti i preesistenti canali di formazione e selezione della classe dirigente a cominciare dai partiti, passando poi ai corpi intermedi relegati al margine del dibattito collettivo spesso con la loro fattiva collaborazione”. Perché se è vero che la flat tax così messa a punto immagina come redistribuire le risorse è pur vero che senza un diverso rapporto fra cittadino e Stato non c’è flat tax che tenga.