Giustizia povera? Un report sfata la leggenda*

Giustizia povera? Un report sfata la leggenda*

Secondo il centro studi di Confimprenditori, l’Italia stanzia per i Tribunali più dei partner Ue.

I dati sulla giustizia italiana non finiscono mai e la loro parabola è sempre in discesa. Gli ultimi provengono da Confimprenditori: il centro studi dell’organizzazione presieduta da Stefano Ruvolo e composta da aziende e liberi professionisti ha appena diffuso un report sulle conseguenze negative sofferte dalle imprese medie e piccole per l’inefficienza della macchina giudiziaria. Anche stavolta l’Italia scivola in fondo alle classifiche: secondo le statistiche prese come riferimento, quelle del World Justice Program, l’Italia è agli ultimi posti nel quadrante dei “Paesi ricchi”: 28esima su 31. Sul piano complessivo scivola al 30esimo posto ed è superata da «sistemi meno economicamente maturi» come quelli di «Repubblica Ceca, Polonia, Uruguay, Costa Rica, Slovenia e Georgia». Se l’analisi si concentra sul solo settore civile della giustizia il quadro peggiora e il Belpaese diventa 36esimo. Il tutto aggravato dal consueto dato sulla durata media delle cause civili, che secondo la proiezione di Confimprenditori è di 1120 giorni, «più del doppio della media dei Paesi sviluppati, misurata dall’Ocse in 583 giorni». Ma il punto di caduta decisivo del report arriva quando si parla di soldi: lo Stivale, per la giustizia, spende parecchio. Quanto meno più di Francia e Spagna, solo per tenere la comparazione nel perimetro dell’Ue: nei due Paesi citati l’attività dei Tribunali costa rispettivamente lo 0,18% e lo 0,12% del Pil, mentre l’Italia è allo 0,19%.

E qui si arriva al bivio, che Confimprenditori non prefigura esplicitamente ma lascia intuire: visto che non ha senso parlare di scarsità di risorse si deve scegliere se innalzare ancora di più i costi per il cittadino o ridurgli le garanzie. Tentazione quest’ultima che ancora si aggira nelle anticamere della riforma civile insabbiata a Palazzo Madama.
«Ma non ha senso percorrere né l’una né l’altra strada», nota il professor Bruno Sassani, docente di Diritto processuale civile all’università di Roma Tor Vergata. «Forse qualche decennio fa si poteva considerare troppo basso lo stanziamento per la Giustizia nel nostro Paese. Adesso i contributi unificati, ovvero le tasse pagate dal cittadino sul processo, sono stati innalzati in modo esponenziale. Il sistema della condanna al pagamento delle spese è stato adeguato, idem per la norma sugli interessi all’articolo 1284, modificata in modo da rendere meno conveniente resistere nel processo». Dovremmo forse capovolgere l’ottica e vedere nei tempi lunghi del sistema giudiziario un riflesso del suo alto grado di civiltà, di una tutela delle garanzie senza eguali nel resto dell’Occidente progredito? «Che il grado di civiltà sia elevato non c’è dubbio, ma ciò non toglie che i tempi di risposta del sistema siano irragionevolmente lunghi». E allora bisogna abbattere le garanzie? «Forse si può affermare che nel nostro processo ci sono troppi gradi di giudizio, a volte sono di fatto più di tre: ma la spiegazione non sta in questo. Perché poi resta comunque da svelare il mistero di un primo grado dalla durata incomparabilmente maggiore rispetto a quanto avviene in Germania». Oltretutto, fa osservare Sassani, «le impugnazioni sono state già pesantemente toccate: l’Appello è stato infilato in una sorta di collo di bottiglia, in Cassazione è stato eliminato di fatto il controllo di motivazione della sentenza. Non è servito a nulla. Ciononostante vedo che le spinte a un ulteriore intervento sulle garanzie sono ancora forti». Se la via d’uscita non è nella riduzione delle tutele, va indicata un’alternativa. Il professore di Roma Tor Vergata avverte di considerarsi un pessimista e di riconoscere «un fattore antropologico difficile da rimuovere, che si manifesta nella notevole sfiducia dei cittadini rispetto agli esiti del processo. È questo atteggiamento a tenere alto il numero delle impugnazioni nonostante i costi elevati e i percorsi impervi click this. L’unica possibilità è in uno sforzo per migliorare l’organizzazione: siamo afflitti da un disordine strutturale anche nelle piccole Corti d’Appello. Il modello manageriale che Mario Barbuto ha provato a trasferire da Torino all’intero sistema offre qualche spiraglio: quello che è entrato prima deve uscire prima. Ci si può provare. Quello che sicuramente non ha senso», per Sassani, «è provare a togliere altre garanzie e soldi ai cittadini».

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