Domenica si vota e, a campagna elettorale quasi ultimata, non si può che mettere a verbale la totale incomunicabilità tra politica e imprese.

O meglio, i partiti provano a lanciare qualche messaggio agli imprenditori ma mancano pesantemente il bersaglio. Perché non conoscono e non vogliono conoscere il mondo produttivo. O forse non gli interessa perché non bastano promesse mirabolanti per conquistare voti.

Per esempio, pensare di risolvere la crisi energetica con ulteriori scostamenti di bilancio – dopo i 66 miliardi di euro già stanziati – significa voler dare qualche palliativo, ma non risolvere il problema. Se non cambia la politica energetica, infatti, anche molte decine di miliardi per calmierare le bollette non possono che durare qualche settimana. Dopodiché saremmo al punto di partenza. Qualche politico prova poi a rassicurare il mondo imprenditoriale, ma le parole suonano vaghe se poi non seguono le azioni.

O se ci sono evidenti contraddizioni. Nel centro-destra ci sono esponenti di primo piano che promettono l’abolizione del reddito di cittadinanza. Ma sappiamo bene che tra i candidati, specie al Sud, non tutti sono della stessa opinione. Nel centro-sinistra, poi, sotto il vestito della “responsabilità” c’è la solita strategia: aumento della spesa corrente, delle assunzioni nella pubblica amministrazione e aumento delle tasse, condito con il no a infrastrutture energetiche come il rigassificatore a Piombino.

Il punto è che l’impresa resta per la politica un incidente di percorso, perché non serve ad accumulare consenso. Quindi viene dimenticata. Del resto è tradizione che in Italia la politica privilegi i consumi sugli investimenti, la domanda sull’offerta, il debito sulla crescita. Però, a questo punto sveliamo un segreto: è l’impresa che crea ricchezza, senza la quale non ci sarà mai cittadino contento di chi è al governo in quel momento. Invece tra i leader c’è la corsa a sbarcare su TikTok. Di rilanciare l’economia quando pensano di poter, seriamente, parlare?