Partiti brillantemente, dopo essere stati affossati, grazie ad un emendamento approvato all’unanimità in Commissione Finanze alla Camera, fortunatamente i Piani Individuali di Risparmio (Pir) sono pronti a ripartire. Ed è un bene, perché possono rappresentare uno strumento concreto con cui convogliare l’enorme, ma immobile, ricchezza privata degli italiani verso iniziative imprenditoriali e, quindi, verso una crescita sempre più statica e bisognosa di investimenti.

Adesso Casse Previdenziali e Fondi Pensione, che detengono centinaia di miliardi di patrimonio degli italiani, possono investire in Piani di finanziamento delle imprese italiane nel limite del 10%. In un Paese troppo bancocentrico, dove il 90% dei finanziamenti proviene ancora dagli istituti di crediti (ma con sempre più difficoltà, limiti e restrizioni) si tratta di un passo importante. Anche perché scarseggiano, terribilmente, i fondi necessari a far partire nuove iniziative (e imprese). Ed è positivo che un investimento minimo obbligatorio pari al 5% del 70% dovrà essere impiegato società che non rientrano tra i listini di Piazza Affari, Ftse Mib o Ftse Mid, in modo da allargare lo spettro dei beneficiari.

A usufruire del gruzzoletto di liquidità in arrivo dal risparmio privato, insomma, potrebbero essere anche le piccole e medie imprese. Pertanto, un progetto da sostenere, visto che il 95% del nostro tessuto produttivo (e quindi sostanzialmente la nostra economia) è composto da aziende con meno di 10 dipendenti. Senza dimenticare che abbiamo tanti soldi, ma non li facciamo fruttare per il sistema paese. Il nostro pil pro-capite, infatti, oltre ad essere stagnante, perde 10 punti rispetto alla media europea, 23 verso la Germania e 43 con gli Stati Uniti, mentre il patrimonio privato, quantificato da Bankitalia in 9.500 miliardi, è pari a 9 volte il reddito, mentre per i tedeschi si ferma a un moltiplicatore di 6,3 e negli Usa di 4,8.

Bisogna augurarsi, quindi, che la modifica normativa sui Pir diventi definitiva. E poi si può tornare al prestito vitalizio ipotecario, sviluppare sinergie ulteriori con assicurazioni, fondi pensione e casse previdenziali. Se si vuole aiutare ancora di più a finanziare le piccole aziende non quotate tramite risorse ora ferme nei conti correnti, inoltre, si può spingere sullo strumento dei fondi chiusi a scadenza (Eltif) per cui il decreto crescita aveva previsto interventi fiscali.

Insomma, in Italia mancano – e dannazione se mancano – gli investimenti. Le imprese hanno difficoltà e reperire risorse. Difficoltà ancora più grandi per le imprese più piccole. Per cui quello che serve è un ponte, robusto ed efficiente, per far viaggiare il risparmio verso lo sviluppo, facilitando gli investimenti in economia reale dei soggetti istituzionali. È la strada per riequilibrare la stortura che c’è tra bassi redditi e patrimoni elevati.