Prima che i venti di crisi diventassero tempesta Parlamento e governo erano da poche settimane al lavoro sul nuovo decreto legislativo riguardante il turismo, un lavoro cruciale per un settore fondamentale che rappresenta il 10% del pil e l’11,6% dell’occupazione. Ora che, a ridosso della pausa estiva incombe la crisi di governo, viene da domandarsi quali saranno le sorti della recente normativa.

Essa affronta molte sfaccettature del nuovo turismo: da quello sostenibile a quello religioso, da quello sportivo a quello rurale. Con disposizioni sulle professioni turistiche, revisione della classificazione delle strutture, individuazione di un sistema di monitoraggio di domanda e offerta al fine di migliorare la qualità dei servizi offerti. Un lavoro delicato, da svolgere con attenzione che punta ad affiancare all’offerta classica anche quella del divertimento, della sostenibilità, del benessere, della salute e di tutta la variegata domanda che emerge insieme alla incessante e robusta crescita dei viaggiatori a livello mondiale (che superano ormai 1,5 miliardi l’anno)

Anche perché il comparto va bene, ma non come potrebbe. Se nel 1950 giungeva da noi il 19% dei viaggiatori da tutto il mondo, oggi siamo al 4,8%: da primi a quinti per numero di arrivi (dopo Francia, Usa, Spagna e Cina) e, con meno di 40 miliardi di euro, settimi per incassi. E se è vero che la quota complessiva di pernottamenti annuali (196 milioni) è migliore di quella francese (123 milioni), non altrettanto lo è della quota spagnola (quasi 300 milioni), perché pur non avendo lo stesso nostro patrimonio artistico e culturale, gli iberici sono riusciti a diversificare l’offerta, attraendo nuova domanda e facendo spendere di più chi arriva.

Insomma, la nostra è una miniera non sfruttata. E, se non abbiamo hub come Heathrow, Charles de Gaulle o Baraja, la responsabilità è solo nostra. Le infrastrutture e le interconnessioni tra di esse non sono un optional. Noi invece pensiamo di vivere solo di rendita, mentre le occasioni vanno coltivate. Siamo un museo a cielo aperto, il primo al mondo per siti protetti dell’Unesco (49 contro i 38 di Francia e Germania), ma questa ricchezza è per noi un problema, non una potenzialità. E talvolta trattiamo il turista come un indesiderato da spennare e non come un gradito e coccolato ospite. Insomma, dobbiamo presentarci come un Paese amico del turismo. Perché, come dimostra la poetica della “Dolce Vita” che ha fatto innamorare e arrivare in Italia milioni di americani, il messaggio è fondamentale. E imporre fastidiosi balzelli al turista per ogni pernottamento, ogni aeroporto, ogni navetta, crea solo disagi che si pagano in disaffezione. E mancare di organizzazione, informazioni, strutture adeguate è altrettanto esiziale.

Ecco, nel Belpaese c’è la più grande ricchezza artistica, culturale, paesaggistica ed enogastronomica del mondo, ma mancano una politica e un’industria del turismo in grado di sfruttare un tale patrimonio. Se questa legislatura dovesse sopravvivere servirà una legge che possa contribuire a tutelarne e ottimizzarne le risorse.