Malgrado qualche progresso registrato dalla spending review, evidenziato dal commissario straordinario alla revisione della spesa Yoram Gutgeld, la spesa pubblica continua a mangiarsi il 49,6% del Pil. Tradotto significa che il deficit continua a intaccare rendite e risparmi degli italiani.
Tradotto ancora significa che il lavoro è appena cominciato anche considerando che i fronti da aprire e su cui insistere per dimagrire la spesa improduttiva dello Stato sono ancora molti. Sulla riduzione delle spese per beni e servizi non basta, per dire, la riduzione del numero delle centrali appaltanti ma servono anche controlli rigidi sui contratti in essere con segnalazione dei centri di spesa meno virtuosi; sulla spesa sanitaria va fatta valere la piena applicazione dei costi standard della sanità esentando dai tagli le regioni più virtuose; occorre una radicale razionalizzazione delle aziende partecipate dei comuni tramite soppressione delle partecipate che non forniscono servizi pubblici; serve poi una riduzione di spesa significativa del numero dei dirigenti nel pubblico per avvicinarli alla media Ocse e Ue.
Un lavoro che potrebbe cubare altri 15 miliardi di euro con cui potrebbe cominciare a ridursi l’insostenibile pressione fiscale sulle imprese e il lavoro autonomo. A cominciare dal rendere l’Imu sugli immobili strumentali deducibile dal reddito d’impresa passando per la revisione della tassazione Irpef sulle imprese personali. E allargando l’area di interesse del taglio del cuneo fiscale. Perché sarebbe del tutto inutile utilizzare i risparmi che vengono dalla spending review per politiche fiscali non strutturali.