Se l’esigenza era quella di far fronte ad un fenomeno decisamente sfuggito di mano (non in tutti i casi), la soluzione di eliminarli totalmente, anziché rivederli,  è stata una risposta sbagliata, non rispondente in nessun modo alle necessità del momento. Questo è stato l’epilogo dei voucher, termine più che altro giornalistico con il quale si identifica il “lavoro accessorio”.

Nato nel 2003 con la Riforma Biagi e destinato al settore domestico, al giardinaggio, all’insegnamento e ad altri piccoli lavori e attività che dovevano essere rese da determinate categorie di soggetti svantaggiati, venne modificato in maniera significativa con la riforma Fornero del 2012 ove si allargava a tutti i settori produttivi ed alla generalità dei prestatori di lavoro la possibilità di utilizzare lo strumento. Con il Governo Letta scomparve ogni riferimento alla “natura meramente occasionale della prestazione” e con il Jobs-Act il limite economico veniva portato a 7.000 euro l’anno per ogni lavoratore.

Da ultimo con il correttivo allo stesso Jobs Act venne introdotto un sistema di comunicazione preventiva, almeno 60 minuti prima della prestazione, con lo scopo di prevenire gli  abusi. Ma quello degli abusi è stato il vero tasto dolente. Nonostante la gran parte dei committenti ne abbiano fatto un uso legittimo e responsabile, altri hanno utilizzato i voucher come strumento per celare veri e propri rapporti di lavoro subordinato, utilizzandoli per sostituire totalmente i rapporti part-time e quelli a tempo determinato.

Non si può neanche dire che il rimedio sia peggio del male perché il rimedio in questo caso non c’è proprio. Infatti il legislatore ha voluto con un sol colpo di spugna abrogare definitivamente l’istituto. Si sta in realtà pensando ad alcune misure compensative come i “mini jobs” sul modello tedesco per le famiglie o circoscrivere, aumentando il valore nominale del buono, la possibilità di utilizzo in determinati settori ed in casi particolari.

Ma cosa consigliare adesso ad un imprenditore che ha bisogno di personale per poche ore oppure una volta ogni tanto, magari per sostituire un dipendente improvvisamente assentatosi ? Ci sarebbe la possibilità di utilizzare il lavoro intermittente o “a chiamata” che consentirebbe di contrattualizzare il dipendente chiamandolo a lavoro all’occorrenza, il part-time con clausola flessibile oppure i contratti a tempo determinato o le collaborazioni coordinate e continuative ed in ultima analisi il lavoro somministrato.

Tutte soluzioni che aumentano i costi con ulteriore aggravio sulle aziende, che non stanno certo vivendo un buon momento. E’ auspicabile pertanto la ripresa del dibattito e del confronto in materia di “mini lavoro” prendendo magari a riferimento alcune buone prassi dei nostri cugini europei.

Il decreto legge n. 25 del 17 marzo 2017, abrogando i voucher ed  entrando in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione, ha impedito di fatto l’acquisto dei buoni oltre quella data, consentendo l’utilizzo di quelli già in possesso dei committenti sino alla fine dell’anno corrente. Questa fase transitoria viene però affrontata senza regole. L’esecutivo infatti cancellando la legge e consentendo di “spendere” i buoni ancora per un periodo, di fatto ne legittima l’uso senza regole. Ci mette una pezza il ,ministero del Lavoro che con un comunicato stampa invita i committenti ad applicare le regole preesistenti durante il periodo transitorio, compreso “l’obbligo” di comunicazione preventiva. Si stima che ci siano in circolazione ancora circa 35.000 buoni da “spendere”.

Se l’intento del legislatore era quello di mettere ordine alla materia, costringendo le aziende a tornare sui sistemi tradizionali di reclutamento del personale, ho paura che il risultato non possa essere raggiunto. Non si può mettere fine improvvisamente ad un fenomeno che nel 2008 registrava l’acquisto di 25.000 buoni per arrivare al  milione e 39.000 del 2015.

La morte dei voucher produrrà  verosimilmente l’effetto di aumentare il lavoro nero per il semplice fatto che i sistemi alternativi costano troppo, ivi compreso quello del lavoro a “chiamata” che comunque necessita di modifiche visti i limiti e la farraginosità nel suo utilizzo e lasciando così con poche tutele i lavoratori occasionali, molti dei quali avevano trovato in questo strumento un sistema per sbarcare il lunario. Oltretutto l’abolizione del lavoro accessorio mette in difficoltà quei datori di lavoro seri ed onesti che avevano trovato una soluzione al problema del lavoro discontinuo ed occasionale.