Il robot minaccia parte del lavoro oggi svolto dall’uomo. A rischio sono soprattutto le professioni caratterizzate da un’attività ripetitiva: nei prossimi anni circa un terzo (il 36,8%) potrebbe esser soppiantato dalle macchine. A rilevarlo l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, in uno studio illustrato al Festival del Lavoro, al Lingotto Fiere, a Torino.

Autisti e operai sono tra le figure più a rischio. Secondo l’Osservatorio, a essere scalzati dal proprio ruolo potrebbero essere autisti di autobus, di tram e di filobus, operai addetti a macchinari del tessile e delle confezioni” (che potrebbero subire gli effetti della ‘robotizzazione’), i muratori in pietra e i centralinisti, a causa dell’introduzione di sistemi “automatici e intelligenti”. Il dossier mette in luce, tuttavia, come sia stata “la crisi delle costruzioni, più che la sostituzione con le macchine” a determinare la flessione di alcune figure professionali nel nostro mercato del lavoro, come “carpentieri e falegnami nell’edilizia, conduttori di gru e di apparecchi di sollevamento, manovali e personale non qualificato dell’edilizia civile”. Un allarme sui rischi dell’automazione e’ stato lanciato di recente dall’Onu: secondo un report della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, i robot sostituiranno in futuro il 66% del lavoro umano.

L’utilizzo dei robot industriali – si legge nel rapporto – è aumentato rapidamente dal 2010 a oggi: Unctad stima che nel 2015 ne siano stati impiegati 1,6 milioni di unita’, e che supereranno i 2,5 milioni entro il 2019. E proprio per affrontare la sfida dell’automazione dei processi produttivi, che potrebbe impoverire la classe lavoratrice, il leader laburista Jeremy Corbyn ha lanciato l’idea di una ‘robot tax’, un’imposta per penalizzare le aziende che rimpiazzano la manodopera umana. Il problema non riguarda solo l’industria: secondo uno studio dell’Università di Oxford, èa rischio il 47% di lavori, comprese le professioni legali, la contabilità, e molti lavori svolti da colletti bianchi. Naturalmente non tutti concordano sugli effetti negativi dell’automazione.

Più rassicurante Stefano Sacchi, presidente dell’Inapp, l’Istituto Nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche: negli ultimi cinque anni – spiega – l’effettiva disoccupazione tecnologica, ossia la perdita di posti di lavoro dovuti all’innovazione, è stimabile nell’ordine dell’1,5% dell’occupazione, molto meno di quanto ci si aspetterebbe. Sul futuro del lavoro e su come i robot lo disegneranno in realtà è ancora tutto da scrivere.