Cresce ogni ora la tensione tra Nato e Cremlino, con l’Italia che si ritrova in mezzo. Ora, dopo due mesi di guerra è arrivata l’ufficialità per voce del Segretario alla Difesa americano: “gli Usa vogliono vedere la Russia indebolita” ha dichiarato Lloyd Austin. Obiettivo chiaro e definito. Nella riunione alla base tedesca di Remstein si è poi passati all’operatività, con gli Stati Uniti pronti a forgiare un’alleanza di 40 Paesi fornitori di armi alla resistenza ucraina. La strategia americana è esplicita. Per quanto legittimo che ogni Paese decida autonomamente il proprio destino, qualcuno lo fa consapevolmente, perseguendo i propri interessi (Washington, e Londra da un lato, Parigi con una postura diversa), mentre altri no, a partire dall’Italia.

Non c’è dubbio che quello di Putin sia un atto di aggressione unilaterale, ma è anche vero che Roma non ha compreso esattamente quali siano le dinamiche, gli interessi, lo scenario in cui ci troviamo. L’impressione che scaturisce da questi due mesi di guerra ci mostra come il governo non abbia una linea strategica chiara. Né tantomeno autonoma. Sta cercando di capire come si gioca la partita nella nostra alleanza, che però è un’alleanza particolarmente divisa su alcuni temi (a partire dalla questione dell’embargo di gas e petrolio). E, in questo, si mette in coda alla politica americana. Eppure bisogna chiedersi quanto conta, e quanto vuole contare l’Italia dunque in questa partita. Dipende da come vogliamo stare e muoverci nella relazione con i nostri Paesi alleati. Non siamo un Paese neutrale, stiamo da una parte, ma questo non vuole dire spalmarsi acriticamente sulle posizioni altrui.

A questo proposito, le sanzioni sono un’arma che, più che spuntata, è puntata verso di noi. Se andiamo a vedere il passato, infatti, non c’è stata una sola volta in cui le sanzioni abbiano permesso di rovesciare un regime: da quelle imposte dalla Società delle Nazioni contro l’Italia nel 1936, passando all’embargo verso Cuba, a quello contro l’Iran degli Ayatollah, l’Iraq di Saddam Hussein, arrivando fino alle sanzioni contro la Russia dopo l’annessione della Crimea nel 2014. A pagare non sono mai stati i governi, ma sempre i cittadini e le imprese; sia dei Paesi colpiti che di quelli che invece le sanzioni le hanno messe in campo. Stiamo dando armi ma per quale scopo finale. E stiamo aderendo a pacchetti su pacchetti di sanzioni che sono delle non armi, che al momento sparano solo contro di noi.

Noi che parliamo con gli imprenditori ogni giorno, conosciamo il momento di difficoltà che vive il tessuto produttivo. Siamo già tornati alla crescita zero, sull’orlo della recessione. E questo dopo due anni pandemici che hanno fiaccato la condizione mentale ed economica di ognuno di noi. Adesso, imporre le sanzioni sulla scia di quanto decide Washington – che se volvesse trovare un accordo per un cessate il fuoco, sicuramente ne sarebbero in grado – senza un ragionamento critico, significa solo mettere in difficoltà le imprese. Bene hanno fatto quasi 50 aziende del settore calzaturiero ad andare a Mosca, rompendo l’embargo e partecipando ad una fiera di scarpe. Loro vivono di export e, se dovessero essere bloccati ancora una volta, potrebbero essere sostituiti dai cinesi, che non vedono l’ora di prenderne il posto.

Ci accorgeremo tra qualche tempo degli errori che stiamo commettendo. Da quelli simbolici, come escludere sportivi dalle competizioni e gli artisti dalle manifestazioni culturali solo perché russi, come fosse una loro colpa; a quelli sostanziali, come bloccare il nostro export verso la Russia e mettere in discussione il nostro precario e costoso sistema di approvvigionamento energetico. Il governo può decidere quello che vuole sulle temperature di condizionatori e termosifoni per ridurre un poco i consumi, ma si tratta di piccolezze. Il problema è per le imprese, che l’elettricità la usano per produrre, per dare posti di lavoro, per creare ricchezza. Continuare su questa linea, mettendoci in scia agli Stati Uniti senza considerare i problemi concreti delle imprese, crea tutti i presupposti perché il sistema produttivo fallisca.

Non dobbiamo perseverare negli errori. Già nel 2011, in solitaria, come Confimprenditori lanciammo prima di tutti l’allarme verso la guerra scatenata contro Gheddafi in Libia. Abbiamo poi visto quanto quell’azione militare ci abbia penalizzati. Oggi la storia si ripete. Non possiamo farci prendere dal buonismo. Si deve condannare l’aggressione di Putin, si deve essere contro la guerra, ma non si può essere così ingenui da pensare che la linea degli Stati Uniti debba essere automaticamente anche la nostra.

 

Stefano Ruvolo, presidente Confimprenditori Nazionale