Partiti, parlamentari, perfino le istituzioni: tutti molto impegnati a giocare la partita del Quirinale, risucchiati nel vortice di trattative, negoziati e nel totonomi.

Al contempo però, se non se ne fossero accorti, i prezzi dell’energia sono schizzati talmente in alto da mettere in crisi le famiglie e diventare insostenibili per molte attività, in particolare per le piccole e medie imprese che rappresentano il 90% del tessuto economico italiano.

E’ vero, il governo ha finora stanziato 3,8 miliardi contro il caro bollette, ma se facciamo i conti ci accorgiamo di come si tratti di un pannicello caldo. Dal primo gennaio la luce è comunque aumentata del 55% e il gas del 41,8% (senza interventi saremmo a +65% e +59%). Ora, si starebbe lavorando a un ulteriore stanziamento che può certo avere dei benefici, ma è un palliativo che non risolve il problema. Rispetto a dicembre 2019, infatti, il prezzo del gas è aumentato di oltre il 700%. La bolletta energetica per le aziende è passata dagli 8 miliardi del 2019, ai 21 del 2021, fino alla stima di 37 nel 2022.

Se non fosse bastata la crisi pandemica, questa può essere la mazzata finale per il sistema imprenditoriale italiano. Un colpo che arriva nel silenzio della politica, la quale certamente non è esente da responsabilità.

Gli aumenti, d’altra parte, sono imputabili anche alle decisioni prese dall’Italia e dall’Unione europea. Stati Uniti e Vecchio Continente, per esempio, vivono entrambi il rimbalzo post-pandemia, soffrono entrambi le strozzature nelle catene di approvvigionamento, procedono entrambi verso la decarbonizzazione, tuttavia negli Usa un Megawatt/ora di gas costa 12,7 dollari, mentre nel Vecchio Continente si arriva al prezzo record di 81 dollari. Forse è il caso di chiederci dove abbiamo sbagliato e domandarci se la voglia di decarbonizzazione immediata, con gli investimenti in fonti rinnovabili che necessitano di anni, sia davvero la strategia giusta da seguire. Soprattutto, l’Europa è dipendente da Paesi politicamente instabili (come Russia, Ucraina, Libia, Algeria e altri Stati del Medio Oriente) dai quali non si è mai veramente emancipata, per esempio con stoccaggi e acquisti comuni che rafforzerebbero il peso negoziale del Continente.

In ogni caso – dobbiamo dirlo – l’Italia è tra i più colpevoli della mancata autosufficienza energetica. Si dice che il nostro sia un Paese povero di risorse naturali, ma è un luogo comune. A inizio secolo producevamo quasi 20 miliardi di metri cubi di gas all’anno, mentre ora siamo a quattro. Abbiamo più di 92 miliardi di metri cubi di riserve e, anche senza utilizzarle tutte, si potrebbero estrarre 30 miliardi di metri cubi all’anno dal fondo dell’Adriatico per calmierare i prezzi. Tanto più che il costo sarebbe di 5 centesimi al metro cubo, mentre per gli acquisti dall’estero si arriva a 130. A tale scopo ci sarebbero anche le risorse del PNRR da usare, soprattutto se tenessimo presente che con 2 miliardi di investimenti si potrebbero estrarre 10/15 miliardi di metri cubi all’anno per 10 anni.

Tuttavia – innanzitutto azioni – bisogna cambiare il pensiero. Dobbiamo infatti capire che è giusto riaprire giacimenti chiusi in passato per mere scelte ideologiche, dobbiamo evitare che la burocrazia blocchi progetti pronti a partire nel campo delle rinnovabili, dobbiamo realizzare molte più infrastrutture (l’entrata in funzione del gasdotto che dal Mar Caspio arriva in Puglia – il TAP per anni ostacolato da oltranzisti ambientali – ha consentito un risparmio del 10% sulla bolletta). Insomma, dobbiamo metterci in testa che l’energia non è un lusso, affrontando concretamente il problema, subito, se non vogliamo che le nostre imprese finiscano al buio. Invece, purtroppo, la politica pensa solo a gioco del Quirinale.

Stefano Ruvolo,

Presidente Confimprenditori, associazione datoriale con oltre 350 mila iscritti tra piccole e medie imprese.