Per mesi la politica si è impegnata a recitare (tristi) parti in commedia nel Romanzo Quirinale, è ora la realtà presenta il conto a famiglie e imprese: bollette alle stelle, mancanza di materie prime, lavoro che manca per chi lo cerca e imprese che non trovano lavoratori che cercano. Sarebbe ora di tornare a occuparsi di cose concrete ma invece, perché interessati ad altro, per paura o per incapacità di agire, nel corso degli ultimi mesi governo e maggioranza hanno lasciato che i problemi si accumulassero. A volte perfino peggiorandoli.

L’incresciosa situazione dei bonus edilizi, dove vengono cambiate le regole in corsa, si penalizzano gli onesti e si lascia in macerie un settore che stava andando meglio di tutti, è solo l’ultimo capitolo di una lunga serie di episodi in cui interi comparti vengono vessati da norme inique e mutevoli o da interventi squilibrati. Nel migliore dei casi, il problema viene ignorato. Prendete la questione energetica. Il conto per le imprese è passato dagli 8 miliardi del 2019 ai 37 miliardi del 2022. Gli interventi calmieranti favoriscono le grandi aziende (oltre che le famiglie), che usufruiscono di uno sconto in bolletta del 10% e un credito fiscale del 20%. Ora, a parte che con aumenti intorno al 60% e di fronte a prospettive di ulteriori rincari non si tratta certo di una soluzione definitiva, è tuttavia assurdo abbandonare il tessuto di piccole e medie imprese che regge l’intero sistema Italia. In più, siamo autolesionisti. Se il problema dell’approvvigionamento energetico e della dipendenza dall’estero è sempre stato sottovalutato, ora viene peggiorato. Solo per fare un esempio, la Francia (che grazie al nucleare già paga l’energia meno dell’Italia) ha eccezionalmente deciso di mantenere aperte le centrali a carbone ancora attive proprio per limitare i rincari sull’import di gas. Noi, invece, decidiamo di spegnerli anche se non abbiamo alternative. Non importa che in Europa ci siano centrali nucleari e a carbone ancora attive, che la Cina ne costruisca di nuove mentre l’Italia stia riducendo da anni le emissioni, non contano le chiusure aziendali e i licenziamenti, purtroppo non conta nulla se non la pedissequa rincorsa alla sostenibilità “gretina”.

Allargando l’inquadratura non va meglio. Basta mettere in fila i problemi finora tralasciati. Prima di tutto, una pandemia da cui non siamo usciti e su cui – tra norme sempre più mutevoli e complicate tra green pass, scuole, viaggi, mascherine, etc – si continua a buttare benzina sul fuoco della confusione e dell’incertezza. Poi ci sono tutte le riforme che dovranno passare per un Parlamento che, dopo la rielezione di Mattarella, è talmente balcanizzato che difficilmente troverà l’accordo su temi delicati. Tuttavia Camera e Senato avranno l’ultima parola su 59 delle 102 riforme previste dal PNRR. Dovranno poi definire riforma fiscale, Codice degli appalti e Concorrenza entro giugno. Il nuovo regime pensionistico entro fine anno. Poi, la spending review, istruzione primaria e secondaria, giustizia civile e penale, salario minimo, ammortizzatori sociali e tanto altro. Davvero tanti temi, tutti delicati.

Il rischio è che, come accaduto nell’ultimo anno di legislatura con Monti nel 2012 e Gentiloni nel 2017, si assista a un sostanziale immobilismo dovuto al combinato disposto dei veti incrociati delle forze politiche e di una disattenzione ai problemi concreti. Non sarà un caso che tutte le previsioni economiche vengono progressivamente riviste al ribasso. I mesi da qui alla fine della legislatura possono infatti diventare una lunga, logorante e paralizzante campagna elettorale. E questo sarebbe un problema per le imprese che si somma all’ormai atavico disinteresse verso il mondo produttivo. Questo 2022 è iniziato male. E’ possibile finisca peggio.

Stefano Ruvolo

Presidente Confimprenditori, associazione datoriale con oltre 350 mila iscritti tra piccole e medie imprese.