Anche quest’anno sotto l’albero l’Istat ci ha fatto trovare la conferma della stessa, triste, realtà. La produttività del lavoro rallenta ancora, con il rischio che l’economia ne resti zavorrata, anche se nessuno sembra preoccuparsene. Forse perché il tema non si presta a facili slogan ma richiede, invece, un serio programma di interventi e la messa in discussione di molte rendite di posizione.

Nel 2018 la produttività del lavoro, cioè la capacità di produrre valore aggiunto per ogni ora lavorata, è calata dello 0,3% rispetto all’anno precedente. Quella del capitale dello 0,1%. Ad allargare l’inquadratura va pure peggio. Tra il 1995 e il 2018, infatti, non c’è stata alcuna crescita della produttività totale dei fattori: numeri unici in Europa e tanto più preoccupanti se consideriamo che la Francia registra +15%, la Germania +19%.

Lo zero alla voce produttività significa mancata capacità di innovare, di creare ricchezza, di produzione di qualità. Le cause non sono univoche: inefficienza del settore pubblico, cuneo fiscale elevato, burocrazia, investimenti al lumicino, scarsa innovazione, incapacità di utilizzare le tecnologie, competenze inadeguate. Difficile stilare una classifica, anche se è chiaro che tutto si fonda sulla totale indifferenza verso i temi del lavoro, della crescita, dell’impresa. Tanto è vero che il tema della mancata produttività è per lo più ignorato dalla maggior parte dei politici e dei media.

Eppure in Italia esistono molte imprese brillanti, avanguardie, professionisti eccellenti. Ma sono dimenticati. Forse, allora, siamo davvero “una società signorile di massa” (come ha scritto Luca Ricolfi) che campa più di rendita che di lavoro. Tanto è vero che, a differenza del resto d’Europa, tassiamo prima di tutto ciò che produce crescita, l’impresa e il lavoro, e non la ricchezza improduttiva. In modo completamente autolesionistico. Ma non bisogna arrendersi.

Anzi, bisogna muoversi. Prima di tutto intervenendo sul cuneo fiscale, visto che siamo quinti sui 34 Paesi Ocse per maggiori oneri a carico di imprese e lavoratori. E poi dobbiamo puntare su contrattazione decentrata, formazione continua, salario di produttività (e detassazione dei premi). E poi investendo in tecnologia e innovazione.

Se davvero c’è una minima speranza di uscire dalla stagnazione ventennale che ci affligge, da questo ventennio di declino, è restituire valore agli unici che sono in grado di invertire la rotta. Imprese e lavoratori che ci mettono fatica, cuore e testa. A chi produce ricchezza e crea lavoro. Prima di tutti va a loro il più sincero augurio di buone feste e, soprattutto, di un 2020 migliore.