Da troppo tempo ci siamo dimenticati le imprese e la manifattura, la spina dorsale dell’economia. Secondo l’Istat, infatti, il 2019 è stato “l’anno nero dell’industria italiana”, con una perdita complessiva dell’1,3%. Purtroppo il trend viene da lontano, visto che dicembre è stato il quindicesimo mese negativo consecutivo, portandoci al punto peggiore degli ultimi sette anni. Siamo un paese manifatturiero, di aziende piccole, medie e grandi che hanno esperienza, competenze, ingegno. E che con cuore e testa competono e vincono sui difficili mercati internazionali. Non possiamo ignorarle, tanto più che di fronte a noi c’è lo spettro della recessione.

Ci ha detto l’Istat che nell’ultimo trimestre del 2019 abbiamo perso lo 0,3%, portando il totale dell’anno passato a un misero +0,2% e la base di partenza del prossimo a -0,2%. E il contesto internazionale, tra coronavirus, dazi doganali e guerre nel Mediterraneo, certo non aiuta. Per cui è evidente che bisogna tornare a dare spazio alla manifattura, la seconda d’Europa e la quinta del mondo. Non certo qualcosa che si può tralasciare. E, invece, oltre alla scarsa attenzione, alla locomotiva del Paese abbiamo solo ultimamente riservato i danni provocati da misure cervellotiche quali sugar tax e plastic tax.

Purtroppo, è difficile che un imprenditore decida oggi di investire in Italia di fronte a uno scenario in cui, oltre ai soliti problemi (tasse, burocrazia, eccesso di regole, etc..) se ne sommano altri, figli di una maledetta concezione anti-industriale. Dove si creano nuove tasse “etiche” senza alcuna attenzione alla vita dei lavoratori. Eppure, senza invertire il trend della manifattura rischiamo di veder sfumare sia le (poche) cose positive fatte finora, come la spinta di Industria 4.0, ma soprattutto di penalizzare quella parte di aziende che compete e cresce sui mercati internazionali.

In un contesto del genere è necessario mettere in campo politiche per lo sviluppo delle imprese, in particolare quelle manifatturiere, sapendo che ci sono questioni fondamentali come quella dei nuovi modelli industriali legati alla tecnologia, filiere sempre più verticali, nuovi prodotti e nuove sfide. Ma non solo. Ci sono riforme a costo zero che potrebbero mettere il turbo, o quantomeno togliere la zavorra, a tutti quei coraggiosi imprenditori che credono in quello che fanno, nei progetti, nei dipendenti, nell’Italia.

Prendete la riforma del processo civile. Quando potrebbe migliorare la vita di un’impresa se i contenziosi, invece di durare in media 8 anni, durassero “solo” un paio come nel resto d’Europa? E quanto più tempo si potrebbe dedicare allo sviluppo dell’impresa se non si fosse obbligati a usare quasi l’8% delle ore lavorate a sbrigare pratiche burocratiche? E se non ci fossero norme retroattive che cambiano in corsa le regole del gioco? Insomma, ci sono tante imprese, con tante potenzialità, in particolare modo nel manifatturiero. Dimenticarle in condizioni normali è autolesionismo. Farlo con la recessione alle porte è un vero e proprio suicidio.