PERICOLO REFLUSSO IDEOLOGICO

PERICOLO REFLUSSO IDEOLOGICO

Come chi ancora possiede i VHS ma non trova più videoregistratori funzionanti, così oggi molta politica prova ad applicare le ideologie nate nell’Ottocento – poi vissute e morte nel Novecento – al tessuto economico e sociale del nuovo millennio. Solo che, ovviamente, sono vecchi attrezzi che non funzionano. Oppure producono danni, puzzando come un cadavere non seppellito.

Perdonate il tono macabro, ma qui siamo sul fronte dell’assurdo. Il Ministro Speranza a cui pure le cose da fare non mancherebbero, per esempio, chiede di reintrodurre l’articolo 18. Ora, a parte che si tratterebbe esclusivamente di ripristinare “la reintegra” al posto dell’indennizzo economico, solo per aziende con più di 15 dipendenti e solo nei casi di licenziamenti individuali senza giusta causa, è evidente che è esclusivamente una battaglia di posizione. Dannosa. Non per la platea sarebbe ridotta, ma perché sarebbero enormi i danni per le imprese che tornerebbero a pensarci dieci volte prima di fare un’assunzione.

Oggi il tessuto economico è diverso da quello del 1970, quando fu introdotta la norma. I cicli economici sono più rapidi, flessibili e imprevedibili. Siamo nell’era di internet, dove le imprese più grandi non sono fabbriche organizzate sul modello fordista, ma giganti digitali come Google, Amazon, Facebook. Per cui la battaglia ideologica sull’articolo 18, oltre a non produrre alcun effetto positivo, dimentica la realtà del lavoro. E in particolare i piccoli imprenditori, gli autonomi, i lavoratori a tempo, i rider, i co.co.co, gli apprendisti e tutti coloro che non rientrano nello schema novecentesco delle relazioni industriali. E che sono la maggioranza.

Lo stesso vale sull’ambiente, specialmente con le degenerazioni dell’estremismo ambientalista del “no a tutto”. E questo solo da noi, perché per esempio l’ambientalismo tedesco (che arriva al 20% dei consensi) è assolutamente pragmatico e proiettato nel futuro. Per ridurre le emissioni, infatti, servirebbe sostenere il trasporto su ferro invece che quello su gomma, come nuovi impianti di smaltimento dei rifiuti (a Copenaghen ci hanno costruito una pista da sci in centro…), investimenti su nuovi motori più che l’esaltazione delle biciclette, ricerca e sviluppo sui sistemi di accumulo, batterie e infrastrutture che possano rendere industriale il sistema delle rinnovabili. Insomma, non serve una assurda apologia della decrescita (in)felice né la nostalgia dei tempi passati.

D’altra parte, anche il dibattito sull’intervento statale nell’economia è anacronistico. La rediviva voglia di “Stato Padrone” in situazioni come Ilva e Alitalita, purtroppo, non ha nessuna finalità strategica, non è basata su pianificazione, non contempla il futuro, lo sviluppo, la crescita. Salvo rare eccezioni, si tratta solo di disperati tentativi di salvataggio di aziende decotte e relativi posti di lavoro a fini elettorali. Con motivazioni ideologiche, nella convinzione aprioristica che il pubblico sia sempre e comunque meglio del privato.

Che poi, come dimostra la sconfitta di Bernie Sanders nel primo appuntamento delle primarie democratiche americane, la disfatta di Corbyn nel Regno Unito o il crollo della sinistra tradizionale in Francia, Spagna e Germania, ancorarsi a vecchi schemi, oltre ad essere dannoso per l’economia, è letale anche sul piano del consenso. Un film già visto, i VHS, che non funziona più. E da cui dobbiamo liberarci.

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