Non sappiamo se e come nascerà un nuovo governo e purtroppo non sappiamo nemmeno bene quale sarà la strategia di politica economica, fiscale e industriale. Quello che già sappiamo fin da ora, però, è che è indispensabile un “patto degli innovatori”.

Perché c’è una parte delle imprese che cresce e prospera e che, anche grazie alla collaborazione dei lavoratori, ha tenuto in piedi il Paese in questi anni di crisi. E lo ha fatto innovando, migliorando i processi produttivi, aprendosi alla tecnologia. Nonostante tutte le difficoltà che al riguardo ci sono in Italia. Per questo, sulla soglia di una nuova e ancor più invasiva fase di innovazione tecnologica destinata a rivoluzionare ulteriormente i processi produttivi, dovrebbero essere proprio le parti più dinamiche del Paese a definire congiuntamente una strategia all’insegna dell’innovazione. A prescindere da quale che sarà l’evoluzione politica.

Purtroppo il “decreto crescita”, varato in estate prima della caduta del governo gialloverde non affronta, se non marginalmente, i temi e le sfide derivanti dalla tecnologia, né aiuta a colmare il gap accumulato, misurato dal fatto che solo il 5% del pil italiano sia oggi riconducibile al digitale, contro l’8% della Germania e una media europea del 6,6% (dati Bankitalia). Per cui serve un impegno più efficace e più diffuso, perché questo “gap tecnologico” è un distacco che zavorra la nostra economia e che riguarda l’automazione della produzione, un limitato sviluppo delle reti di tlc di nuova generazione e un mediocre uso delle tecnologie da parte delle amministrazioni pubbliche. Come molto altro.

Eppure, c’è una parte delle imprese che invece punta tutto su innovazione e capacità tecnologica. E lo stesso accade per parte dei lavoratori che, attraverso i sindacati non ideologizzati, chiede maggiori investimenti in know-how, formazione continua e riforma dei processi produttivi. Perché entrambi, lavoratori e imprese, sanno che per aumentare la competitività non è più sufficiente, auspicabile o tantomeno possibile incrementare i ritmi di lavoro, ma bisogna mettersi al passo del nuovo mondo digitale adeguando il modello di business.

Per questo è necessario che gli “innovatori” stringano un’alleanza finalizzata a governare la nuova fase tecnologica, per affrontare in modo strategico le sfide dalla robotica, dell’intelligenza artificiale, della fabbrica interconnessa, dell’automazione e della digitalizzazione. Sia per reggere l’impatto con l’hi-tech in arrivo, sia per dare un traino al resto del Paese. E a tale patto, oltre imprese e sindacati all’avanguardia – innovando ammortizzatori sociali e diritto del lavoro, così da riqualificare i lavoratori evitando loro assistenza tipo gli assegni di nullafacenza – dovrebbero partecipare anche università, centri di ricerca e quella parte della pubblica amministrazione disponibile a mettersi in gioco. Se le parti sociali si fanno forti di questo, la politica non potrà che prenderne atto. Innovazione.