Non contano i nomi, ma la sostanza e cioè che le tasse sono tornate a salire e le promesse di riduzione fiscale non sono state mantenute. Nel Documento di Economia e Finanza il governo ha aperto all’ipotesi di introdurre la flat tax nei prossimi mesi. Un’idea che ha subito acceso il dibattito se tale “tassa piatta” possa essere progressiva e, quindi, compatibile con la Costituzione, ma anche se sia più corretto inserire diverse aliquote, intervenire su deduzioni e detrazioni o se siano davvero reperibili le coperture necessarie.

Il punto è che le parole restano tali, perché la verità evidente è che la pressione fiscale complessiva nel quarto trimestre del 2018 è aumentata di tre decimali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, passando così dal 48,58% al 48,84% (dati Istat). Un numero che, inoltre, esclude tutti coloro che – per legittima esenzione o illecita volontà – le tasse non le pagano, cosicché la quota su chi invece le paga in realtà è ben più alta.

Un tale aumento non si registrava dal 2014, ma purtroppo potrebbe essere solo l’antipasto di quello che accadrà se davvero dovessero scattare le clausole di salvaguardia e l’aumento delle aliquote iva, sia in forma selettiva che generale. Si tratta di un aggravio medio di 538 € a famiglia, plus che ucciderebbe i consumi e la capacità di spesa degli italiani, mettendo conseguentemente al tappeto le nostre aziende.

E questo sarebbe un errore esiziale poiché il Paese cresce solo insieme alle imprese ed è evidente che senza di esse sarà impossibile uscire dal pantano in cui siamo finiti. Ecco, poiché siamo già nella terza recessione degli ultimi dieci anni (e se la prima era mondiale e la seconda europea, questa è solo italiana), senza ridurre la tassazione le cose non potranno che peggiorare.

Anche perché le imprese sono tartassate anche da quelle tasse occulte che prendono il nome di burocrazia, adempimenti, iper-regolamentazione, licenze, permessi e chi più ne ha più ne metta. Ora, si può discutere di flat tax, delle sue qualità semplificatorie (meglio pagare una sola cosa che migliaia, in modo confuso e incerto), della possibilità di istituire una “no tax area”, di creare anche due, tre o quattro aliquote. Il punto è che oltre alle parole servono le azioni concrete: cioè una riduzione della pressione fiscale, non un suo innalzamento.