L’ennesima proposta che intende accorciare la settimana lavorativa a 32 ore – lanciata in questi giorni dalla Cgil –  sconta due errori fondamentali: il primo è quello di imporre dall’alto una scelta che dovrebbe essere riservata alla contrattazione tra le parti sociali; l’altra è che, prima di lavorare “meno”, è necessario iniziare a lavorare “meglio”. Insomma, si ripropone un modello anacronistico nato 50 anni fa, ma inadatto all’organizzazione della produzione del 2020.

Tuttavia, almeno stavolta la proposta Cgil prende in considerazione la settimana “a scorrimento” (otto ore per quattro giorni), cioè un’organizzazione che garantisca che gli impianti vengano usati durante tutto il tempo (la notte e nei weekend) e quindi al 100% del loro potenziale. Ed è un bene, perché il tema oggi non è più la “quantità” del lavoro, ma la sua “qualità”. Perché si può anche lavorare meno, da casa, dal cellulare, senza timbrare il cartellino, senza catena di montaggio e perfino senza scrivania, visto che più delle ore sono importanti i risultati; più del “quanto”, il “come”.

E se pure in Italia si lavora maggiormente che altrove, lo si fa certamente peggio. Per aver un’idea basta guardare oltreconfine, ai due Paesi che per dimensioni e industrializzazione, sono più simili a noi. A fine anni Novanta in Francia vennero introdotte le 35 ore settimanali ma, dopo un lieve aumento dell’occupazione, la produttività è rimasta ferma e da anni si sta tentando la marcia indietro. Diverso il caso della Germania, dove i lavoratori del metallurgico hanno ottenuto la possibilità di passare da 35 a 28 ore, ma su base contrattuale e volontaria e non certo per imposizione di legge. E, soprattutto, solo successivamente a grandi aumenti di produttività basati su innovazione, tecnologia, estrema efficienza, altissima specializzazione degli operai e, giova ripeterlo, abbandono di ogni ideologia.

In Italia siamo lontani da questo traguardo. E ridurre le ore lavorate sarà possibile solo dopo aver chiarito che il salario non può essere inteso come variabile indipendente; che il lavoro non si misura più in ore lavorate ma in risultati raggiunti; che le migliori organizzazioni sono quelle che si basano sulla flessibilità e lavoro a distanza e non su orario e postazione. Senza dimenticare che una legge che imponga alle parti sociali gabbie contrattuali inadeguate alle esigenze della produzione, che sono oggi sempre più dinamiche, non può che provocare gravi danni.

Insomma, prima di avventurarsi in proposte irrealizzabili o comunque dannose sul “lavorare meno, lavorare tutti” – che andrebbero poi a ridurre investimenti, salari, consumi e crescita, spingendo d’altra parte il nero – bisogna puntare sul lavorare “meglio”, su formazione, innovazione, specializzazione, know-how. E su tecnologia e smart working. Sono cose che il lavoro non lo distruggono ma, semmai, lo creano, lo migliorano e lo rendono più produttivo. Una volta raggiunta la “qualità” si potrà poi pensare di ridurre la “quantità”.