Dispiace riscontrare che lo avevamo detto, più volte. Il blocco dei licenziamenti è stato utile nell’emergenza, in quel terribile lockdown di marzo e aprile 2020. Dopo quella fase è risultato controproducente per le imprese, inutile per proteggere i lavoratori. Pur di ottenere qualche voto in più la politica adotta soluzioni semplici a problemi complessi, per poi venire smentita dalla realtà, danneggiando nel frattempo il Paese.

 

Vi ricordate la feroce battaglia dei sindacati per prorogare il divieto di licenziamenti (misura adottata solo in Italia, ben oltre il 30 giugno)? Ricordate quando si parlava di possibile “tsunami”, quando alcuni partiti politici rivendicavano la scelta come la panacea ai mali della disoccupazione e anzi volevano prorogala ancora? Gli ultimi dati Istat dicono che, dopo lo sblocco di quel vincolo, il mercato del lavoro è quasi immobile, anzi, positivo per i lavoratori dipendenti e, invece, assai negativo per gli autonomi.

In assoluto, dopo la creazione di 440 mila posti di lavoro tra febbraio e marzo, a luglio si è registrato un calo di sole 23 mila unità. Tuttavia, è importante sottolineare che questa cifra scaturisce da una forte contrazione del lavoro indipendente (-47 mila unità) e un netto miglioramento del lavoro subordinato (+24 mila unità), cioè proprio coloro che nella vulgata dovevano essere travolti dallo sblocco dei licenziamenti. La realtà illustra che l’effetto per loro non solo non c’è stato, anzi è stato positivo.

 

Oggi chi soffre la crisi da pandemia è soprattutto chi rischia in proprio, gli imprenditori, ma anche i precari, gli intermittenti, chi era in situazioni difficili. Le categorie più tutelate, tra smart working e cassa integrazione, sono riuscite a difendersi piuttosto bene invece.

 

Troppo spesso vengono raccontate delle favole eppure sarebbe bastato guardare alla crisi del 2008 per capire che, durante shock economici di questa entità, i posti di lavoro non vengono salvati dal blocco imposto per legge (durato quasi un anno e mezzo), ma dal welfare e dalle integrazioni salariali. Invece, ingessando la situazione a favore dei dipendenti a tempo indeterminato e impedendo alle imprese di potersi adeguare, per non fallire la scelta obbligata è quella di riorganizzarsi sulle altre tipologie di contratto. Risultato? A pagare la crisi sono stati i precari, donne, lavoratori delle categorie deboli, chi si è appena affacciato sul mercato del lavoro.

Confimprenditori aveva suggerito già nel 2020 di non prorogare il blocco dei licenziamenti, ma purtroppo non siamo stati ascoltati. Ora, nonostante tutto, ci riproviamo. Bisogna intervenire sulla struttura del welfare, slegandolo dalle logiche degli anni Settanta. Il mondo è cambiato. E, prima di tutto, bisogna sostituire la cassa integrazione con la Naspi-Covid, che può essere estesa con più facilità, senza gravare sull’azienda per i costi accessori. Anzi, potrebbe essere utile allentare i requisiti d’ingresso per i giovani visto che sono in maggioranza loro ad aver perso il lavoro a causa di contratti a termine scaduti. Ci attendevamo, e ci attendiamo ancora, un cambio di marcia. Invece il mercato del lavoro resta legato ai vecchi schemi. Il reddito di cittadinanza sembra destinato a restare senza nemmeno essere revisionato (e tutti sappiamo quanto ci sarebbe bisogno di intervenire). La promessa riforma fiscale non è ancora stata mantenuta. Gli interventi sulla burocrazia sono un miraggio. Potremmo andare avanti, ma il punto è che così sono le piccole e medie imprese, tessuto e motore dell’economia italiana, che finiscono per fermarsi. Non per colpa loro, a cui non manca certo l’energia, ma perché continuamente dimenticate. Oppure, peggio, prese in giro.

 

Stefano Ruvolo, presidente Confimprenditori Nazionale