Da un lato c’è la riforma fiscale, per la quale il Parlamento ha lavorato quattro mesi. Dall’altro il rinvio delle cartelle esattoriali, da confermare all’interno del Decreto Sostegni bis. A ben vedere, sono due facce della stessa medaglia: senza una ristrutturazione del sistema di riscossione, iniquo, complesso e a tratti vessatorio per i contribuenti, sarà infatti difficile che i vecchi problemi non si ripropongano. Ed è probabile servano nuovi condoni. L’unico modo per ottenere la necessaria modernizzazione del fisco è quello di mettere un punto ai problemi irrisolti e andare avanti.

L’evasione in Italia ha carattere strutturale, con quasi 80 miliardi di lavoro sommerso, più la parte criminale. Si tratta di cifre enormi, solo in minima parte davvero recuperabili. Dei 21 milioni italiani in debito con l’Agenzia delle Entrate, per esempio, il 53% lo è per meno di mille euro. Segno che più che un “popolo di evasori”, siamo un popolo che ha difficoltà a rapportarsi con il fisco (o viceversa) e che il fisco non aiuta. Tanto che per gli adempimenti tributari in Italia serve il 55% di ore lavorate in più rispetto ai concorrenti europei (Corte dei Conti). Insomma, nel Belpaese c’è un doppio fardello, specialmente verso chi la ricchezza la produce: tasse alte che si sommano a cervellotici adempimenti.

In una situazione del genere, tanto più nel corso di una crisi economica devastante, con molte imprese e individui in difficoltà, prima di tutto è necessario siglare una vera e propria pace fiscale tra Stato e cittadini. Mettersi il passato alle spalle. Qualcuno lo chiamerà “condono”, ma è solo razionale realismo. L’Agenzia delle Entrate ha in pancia più di 800 miliardi di crediti non riscossi, di cui solo qualche decina realmente esigibili. Questa sproporzione è anche dovuta al fatto che ai dirigenti della riscossione sono concessi premi sull’accertato e non sul riscosso, così che in una giungla di regole risulta facile formulare un’accusa, tanto poi tocca al cittadino dimostrare la propria innocenza, con un’irragionevole inversione dell’onere della prova. Tuttavia questa è la situazione, tanto che identificare nella “lotta all’evasione” la panacea di tutti i mali, o anche la soluzione per abbassare le tasse, è fuorviante. Si grida allo scandalo, si fa tanto rumore, ma si incassa poco. Invece, procedendo con una pace fiscale lo Stato potrebbe recuperare qualcosa e rimettersi in sesto per il futuro.

D’altra parte la nostra pressione fiscale (nominalmente sopra il 43%) è sia eccessiva, sia ostica e controproducente, visto che per pagare 100 siamo costretti a 10 adempimenti diversi, con regole che cambiano di continuo e senza preavviso.

Per questo è necessario mettere una pietra sul passato, specie per ripartire nel post-pandemia, così da poter lavorare meglio sul futuro. Prima la pace fiscale (non solo il rinvio delle cartelle esattoriali, che poi saranno da pagare tutte insieme) e poi una riforma strutturale. Le Commissioni Finanze di Camera e Senato hanno lavorato a un documento in cui si prevedono cose buone e altre meno buone. Certamente, la priorità deve essere la semplificazione, non solo per i lavoratori dipendenti, ma anche per le imprese. Ecco che le ipotesi di intervento sull’Ires (con l’estensione della platea di coloro che possono accedere al regime di “adempimento cooperativo”), il riassorbimento dell’IRAP nei tributi attualmente esistenti, come anche le semplificazioni sull’Iva, ci sembrano, a una prima analisi, provvedimenti positivi. Adesso tocca al governo, per poi tornare all’esame del Parlamento. Il timore è che, more solito, nelle pieghe dell’iter normativo e delle tortuosità della politica, l’obiettivo della semplificazione si perda di vista. Purtroppo, lo sappiamo, la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.

 

Stefano Ruvolo

Presidente Confimprenditori Nazionale, associazione che raggruppa 320 mila imprese di cui circa 70 mila in Sicilia